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bukowski 
Da oltre tre anni cazzate centellinate, assiduamente infrequenti e ascose al guardo dei più.
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"Lui era solo uno dei tanti da spremere, da prendere per idiota, e forse lo era davvero, sì, un idiota, un idiota stanco.Sapeva che avrebbero parlato di droga e di eccessi, della sua eccentrica moglie, del successo improvviso, sapeva che non avrebbero mai detto la verità, la pura e semplice verità. Come facevano a sapere quello che non sentivano? Tutti quelli che si nutrono di illusioni andate a male, quelli che non sapranno mai nulla di vascelli fantasma e cubetti di ghiaccio che navigano a mezzanotte nella mente del condannato. La droga e il successo erano detonatori, l'amore un complice, e poi c'era quell'altra cosa, il motivo per cui i delfini si schiantano sugli scogli e i corvi fanno l'amore un'unica volta nella vita". (Medina Reyes)




“Salve. Qualunque cosa ti porti qui, guardati bene dall’affezionarti a pareti e affreschi, mobilio e intarsi di questa mente malata. Mi presento: antimaterialista ma laureato in finanza; comunista per spinte ideali ma borghese mantenuto per necessità reali; pseudo-intellettualoide ma ignorante di bassa lega; romanziere ma scribacchino disispirato ; sentimentale ma avido sminuzzatore di cuori altrui”.
“Una vita dominata da proposizioni avversative insomma”.
“Un’esistenza smussata dalle mancanze, plasmata dai suoi stessi limiti, frustrata dalle ambizioni. Due mondi e uno spartiacque di due lettere, una galleria che divide terre floride da steppe brulle e nebbiose. Galleria attraversata da un treno, quello dei voglio essere, solo perché sia possibile ammirare ciò che non sono, o per godermi lo spettacolo di contraddizioni della mia vita. Per notare come, se da un canto topografia e piano regolatore sono gli stessi, dall’altro gli edifici risultino tremendamente differenti: prima della galleria splendidi, assolati, lucenti, con strade brillanti e ripulite giornalmente a perpetuo beneficio dell’occhio esterno; dall’altra cadenti, pericolanti oppure concepiti con la sola facciata e due travi dietro a sorreggere il tutto".



Our lives dictated by tradition, superstition, false religion...

Through the eons and on and on...
...Oh, yes, we'll keep on trying,
We'll tread that fine line
We'll keep on trying
Till the end of time...


[...]

If
there's a God or any kind of justice under the sky
If there's a point, if there's a reason to live or die
If there's an answer to the questions we feel bound to ask


Show yourself, destroy our fears,

release your mask!

Oh yes, we'll keep on trying
Hey, tread that fine line
We'll keep on smiling,
And whatever will be, will be..."


Sto leggendo:

Sto (non) leggendo anche:

n. visite dal 21/06/2004:


 

Diario | Scripta manent | These are the days of our lives | Images & Words | Biografia |
 
Diario
34943visite.

9 marzo 2009

Tempus tacendi

 
I'm saying nothing.
But I'm saying nothing with feel.




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19 ottobre 2008

Into the cRacks whEre fall and wiNter collidE

Eppure non riesco a volerti male, eppure c'è sempre un pensiero piacevole, mite, associato a te. Non so se abbia a che fare con il pensante o con il pensiero, ma tant'è. Tu sei sempre lì, in magnifica sospensione aerea, intoccabile. E ho un affetto, un amore per la tua figura, che riesce tranquillamente a prescindere da tutta questa strana-ordinaria evoluzione, peraltro contumace, del nostro rapporto. E' un gioco molto pericoloso il nostro e so già quale nube di pensieri ti si addensi intorno quando ragioni sul nostro eventuale incontro fra un mese, o su quello a natale. Mi chiedo se ti forzerai a soffocare i tuoi sentimenti che, da qualche parte, devono essersi rifugiati. Perchè quei sentimenti, sepolti come rifiuti atomici là dove non possono nuocere, troveranno per forza di cose una strada e saranno lì, anche fra due mesi, a scontrarsi con la tua logica incrollabile. Mi chiedo se ancora una volta padroneggerai bene la situazione - non ho mai capito se aiutata in questo più dal raziocinio o dalla paura - oppure se succederà come ad agosto, se sarai incapace di gestire la massa di sensazioni. Mi chiedo e non dovrei chiedermi, perchè tutta questa attesa mi riporta ancora una volta a te. D'altra parte,

remember you're the one who
summoned me above any other kind...





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18 ottobre 2008

Girl on the wing

"Non fare niente non affranca dal modificare il futuro. Qui non ci sono equilibri stabili. Lasciando tutto com'è pensi che tutto rimanga uguale. E invece il mondo si muove, le variabili cambiano, e nulla è più lo stesso. Mi dai l'idea di una persona che appoggia un oggetto a terra perchè vuole che resti lì, perchè ha paura che toccandolo lo danneggerà o ne sarà danneggiata. E non si accorge che quell'oggetto è su un piano inclinato".

"Ma so che potrei più tardi dargli un calcio e ricondurlo nella posizione originaria"

"Già. A meno che, quando deciderai di farlo, l'oggetto non sia già scivolato via lontano, fuori dalle tue possibilità"




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18 ottobre 2008

Your algebra

"You may notice certain things
before you die
Mail them to me should they cause
your algebra to fail"




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19 febbraio 2007

"Mi manchi sì, ma non mi manca il tempo andato ed i suoi incanti"

Ci si muove su un filo, all'interno di queste giornate. Sempre a rischio di caduta, anche quando sembra di aver raggiunto doti da equilibrista di primo rango. Si può sempre cadere e alle volte c'è chi da un estremo all'altro della traversata agita il filo, lo tende e d'improvviso lo lascia andare. A farlo sono i ricordi, le sue parole che sbocconcellano frasi di circostanza, o qualunque cosa, situazione, oggetto inanimato ma evocativo, capace di misurare da solo la distanza fra il vissuto e il presente. Quando succede cerchi di attaccarti a tutto, di non far sfigurare la vita attuale davanti al confronto, cerchi di trovare una strada possibile, praticabile, percorribile senza cadere in trappole e agguati dell'autocoscienza.
E altre volte si vivono invece sensazioni positive, che ti comunicano che sì, si può fare, e che il passato, bello di per sè, può superare di slancio quel problemino che ha insito, marchiato a fuoco sin dal suo stesso nome. Come nel titolo di queste quattro righe, mutuato da un brano di Vinicio Capossela. Ancora lui.

Tuttavia adesso il momento è un tantino differente. E lei mi manca.
Mi manca il passato, mi manca tutto l'accrocchio di sensazioni ed esperienze che, deperibili per loro stessa natura, hanno scelto di seguire il proprio infame destino.

Mi manca lei, e molto, mi mancano quelle consuetudini di coppia, le stronzate dette e fatte, la sua mano che clandestinamente ha cercato la mia tante volte, di nascosto dagli occhi altrui.
Mi manca il suo volermi sentire di sera, per tirare le fila della sua vita. Mi manca sentirla parlare della sua vita, mi manca il ragionare insieme a lei con disincanto e lontani da ogni illusione sul mondo con cui ci troviamo ad avere a che fare. Mi manca il bere con lei fino a farsi del male, i film visti insieme con ragionamenti assortiti successivi. Mi manca la musica conosciuta e ascoltata insieme, mi manca l'amore nebbioso, eppure così vivido, delle nostre nottate insieme. Mi manca cercarla nella notte e addormentarci abbracciati. Mi mancano alcune sue frasi, tante volte capaci di riscaldarmi il cuore per interi giorni. Mi mancano alcuni stati d'animo possibili solo con lei e mai incrociati nella mia vita precedente, mi manca la sensazione di essere al centro del mondo e felice, radiosamente felice, mentre fumo una sigaretta e penso a lei. Mi manca quella sweet euphoria  pervasiva, ma discreta e pacata, solitamente accompagnata da sospiri, sospiri molto diversi da quelli odierni.




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18 febbraio 2007

The small print

Ho fatto una lunga strada in questi due mesi. Principalmente però nella direzione dell'autocontrollo dei sentimenti, rendendoli dei bravi gentiluomini capaci di muoversi in un contesto sociale senza dare nell'occhio. Poi ho dato loro rifugio perché potessero nascondersi da tutti, anche da me e dai processi di delegittimazione che usualmente vengono varati in questi casi per sopravvivere. Li ho insomma occultati e grazie all'occultamento lasciati intatti. Il che è come dire di aver risolto il problema della povertà allontanando i barboni dalle strade. Sotto uno spesso sarcofago di materiale isolante, Istinto di Sopravvivenza credo che si chiami, è sempre tutto come prima.


"As you're tearing down my world,
Please just try to do it gently,
There's still love inside
For the dream that had to die"




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23 gennaio 2007

You could be my unintended

"I was blinded by a paradise,
utopia high in the sky"


("The Darkest of Winters", ACOS, Dream Theater)

Ed eccoci qui, oltre il guado. L'incontro, più volte rimandato, c'è stato. I limbi sono stati abbandonati, le frasi incerte che preconizzavano futuri e percorsi anche troppo certi anche.
Il modo in cui il respiratore artificiale è stato staccato alla nostra storia è stato delicato come pochi. Una fine di una bellezza gloriosa, scortata da un lungo, significativo abbraccio e da lacrime discrete, lontane da eccessi fuori luogo. Niente prefiche al commiato.

E abbiamo parlato, tanto. Due ore di lunghi discorsi, a ricordare cosa ci ha unito. Le fughe agostane da realtà opprimenti, da Grandi Fratelli meno plateali, ma proprio in virtù di questo semplicemente più subdoli; il trovare sulle rive del Ticino uno spazio di libertà, come nelle campagne inglesi di Winston e Julia; Chiedi alla Polvere e quella meravigliosa prima uscita insieme; il conoscere e approfondire insieme Vinicio Capossela e Matthew Bellamy, condividerne tormenti e debolezze, capire e soprattutto scoprire di aver capito insieme; il muro dei Pink Floyd che risuonava in un bilocale lì fra Lombardia e Piemonte, il loro muro per far cadere i nostri muri e intenderci, scoprire insieme; Richard Bach e il suo libro letto una sera, insieme e abbracciati, il preludio all'amore, la soddisfazione dei sensi, i cinque sensi, e tutti gli altri; l'ultimo bacio a Bologna venuto sotto mentite spoglie, che doveva essere solo poesia ed è stato anche presagio, davanti alla carrozza di un treno, lo stesso che ha scelto di separarci non solo per un breve intermezzo natalizio.

E infine le sue belle parole, miste a lacrime, il destino che la chiama a sè e le dilazioni e i dinieghi non concessi. Le piccole onorificenze che mi ha regalato, di quelle che si danno ai morti eroicamente per la causa, e che tuttavia terrò strette a lungo. Il nostro ristorante lasciato lì, anche lui non banale a reclamare un suo ruolo palindromico: il ristorante della prima sera, il ristorante dell'apice delle nostre vicende, il ristorante che ci ha riportato alla situazione originaria.
 
Non dimenticherò nulla. Soprattutto, non dimenticherò il nostro percorso verso Porta Genova, il mio ultimo regalo, un nuovo libro di Richard Bach con il primo messaggio, posto all'inizio del libro e che apre queste righe. Perchè lei è stata questo: abbaglio, paradiso, utopia.
Il secondo messaggio ho scelto di scriverlo davanti a lei, alla fine del libro...

"Se un giorno sfuggirai al passato,
vienimi a cercare"


("2046", Kar Wai)

Fin.




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8 gennaio 2007

La fattoria degli animali

Il cane di Efsti Dalur è morto. Ne dà il triste annuncio, prostrato dal dolore, l’umile scriba di questo sito. Tre mesi di agonia, di repentini ritorni in auge, di altrettanto repentine ricadute.

Tutto si spegne lentamente. Tutto finisce nel vaporizzatore, come in un’insensata (dal punto di vista del sottoscritto), necessaria (dal punto di vista della cara fanciulla che mi ha crivellato l’anima), ordinaria (dal punto di vista di un osservatore esterno), riproposizione del microcosmo orwelliano.

 

Quinto livello raggiunto. Di strada sull’amaro selciato che sto percorrendo ne è stata fatta, tanta altra è ancora davanti. E io alterno momenti in cui mi stupisco della facilità con cui sto elaborando la cosa, ad altri in cui mi sembra che non vi sia via d’uscita.


E intanto, one more day in hell….




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6 gennaio 2007

Love is an act of blood and I'm bleeding


Non tornerà. E questo è ormai abbastanza chiaro.
E allora, che differenza vuoi che faccia?


I will light the match this mornin', so I won't be alone
Watch as she lies silent, for soon night will be gone
Oh, I will stand arms outstretched, pretend Im free to roam
Oh, I will make my way, through, one more day in hell...
How much difference does it make
How much difference does it make...

I will hold the candle till it burns up my arm
Oh, I'll keep takin' punches until their will grows tired
Oh, I will stare the sun down until my eyes go blind,
I won't change direction, and I won't change my mind
How much difference does it make
Mmm, how much difference does it make...how much difference...

I'll swallow poison, until I grow immune
I will scream my lungs out till it fills this room
How much difference
How much difference does it make

(Pearl Jam, Indifference)




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1 gennaio 2007

Malbik endar

Mi sembra piuttosto stucchevole, per voi ma soprattutto per me, l’aspetto cronachistico degli eventi, quindi mi soffermerò più che altro sul periodo di espiazione. In una legge del contrappasso creata da un dio nazionalsocialista e dotato di grande ironia, è necessario insomma saldare il debito di tutte le gozzoviglie, bagordi e felicità assortite accumulate nel periodo.

Mi fa paura dirlo e non me ne vogliano i momenti già vissuti di scoramento, ma probabilmente il mio periodo di espiazione è appena iniziato e non ho visto ancora niente. E’ come se ci si muova su cinque livelli, cinque baratri di caduta progressiva. Tre hanno ancora da venire. Oh yes.

Primo livello Prendere atto che la situazione è andata a puttane. Il primo livello consta di una discreta caduta verso il basso, ma anche dell’”incoscienza della coscienza”, una sorta di sospensione del ragionamento che vede il fatto in sé ma non lo osserva. O non lo vuole osservare.

Secondo livello o livello di Von Masoch Consiste nel richiamare alla memoria tutti i fatti di vita più belli, più puri, più decontaminati delle vicende andate a male, esattamente gli stessi che ti hanno fatto pensare per un minuto, un’ora, un  giorno (dipende dal grado di follia), di essere felice. Poi, una volta completato l’appello e formato il tuo onesto reggimento di joie de vivre, passare davanti alle truppe, guardarle e riguardarle e concludere che sono ormai inservibili.
Una fottuta prima linea di congedati.
I Ricordi, insomma, possono tornare alle proprie case, dalle proprie famiglie e non c’è verso che ne vengano reclutati altri dello stesso tipo.  Tuttavia i Ricordi, premurosi e figli di puttana come pochi, prima si preoccuperanno di tornare a farti visita un discreto numero di volte, specie se sarai così accorto da vagare solitario per i vicoli più degradati della tua memoria. E’ bene ricordare che sono armati. Tu no.

Terzo livello Lo sfondo della storia parte I. Il programma prevede che io fronteggi questo livello domattina, con il ritorno a Milano. Rivedrò la stazione Centrale, che per me significa qualcosa, la linea verde della metropolitana, che per me significa qualcosa, il ristorante Seven, che per me significa qualcosa, el barbapedana, che per me significa qualcosa, piazzale Cantore e il suo baracchino, che per me significa qualcosa, la decina di rampe di scale del mio palazzo, che per me significa qualcosa, il mio angusto monolocale che, cazzo, significa qualcosa di fottutamente grande.

Quarto livello Lo sfondo della storia parte II. Il ritorno al lavoro. Passare davanti al suo ufficio, seppur vuoto, deve essere qualcosa di notevole.

Quinto livello Lo sfondo della storia parte III. In programma lunedì 8 gennaio, il SUO ritorno al lavoro. Ecco. Credo che qui si completi l’opera. A quel punto non dovrebbero rimanere che macerie e il solito periodo refrattario. No, non quello lì, quell’altro. Quello per cui sei in casa a non fare un cazzo per dei mesi fino a quando forze centrifughe inevitabilmente esogene (come sempre) non ti spingono un po’ più in là.

Ah, già. Buon anno...




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30 dicembre 2006

Tempus evellendi quod plantatum est

"dov'è che i muri si sono chiusi addosso
muri che avevamo costruito 
sulla sabbia e nella sabbia
forse per avere ancora a tiro l'onda"

(V. Capossela)


E’ la cesura più completa, più totale. Come se ti venisse tagliato un arto così, senza preavviso. All’improvviso vedi una lama e dopo un attimo sei costretto ad abituarti alla nuova condizione.

Probabilmente all’inizio, per qualche centesimo di secondo, non si avverte neanche il dolore. Poi, mentre il dolore comincia a montare, nello stesso momento ti rendi conto che tutta la tua esistenza è cambiata. Che ogni gesto di vita sarà inevitabilmente diverso da quello del giorno prima; così, nel mio caso, che ogni pensiero che nei mesi scorsi aveva riscaldato il cuore diventerà invece portatore di un freddo mortale e paralizzante, che ogni brano, lettura, oggetto della tua vita precedente si trasformeranno nei più infidi traditori. Pronti a bloccarti, lacerarti, ferirti a morte l’anima.

E si ha un bel dire della necessità di rimanere in movimento, di depistare le amarezze correndo in tutte le direzioni. Sempre brillanti, sempre intenti a parlare a voce alta per non sentire quella piccola litania interiore, sempre impeccabili esternamente per ignorare che dentro sta collassando tutto su se stesso. Io stesso mi ero costruito una sorta di exit strategy perché, nonostante la durezza infame e prevedibile di questo momento, non ne venissi travolto. Purtroppo le cose non vanno esattamente in questa maniera. Sto cercando di tenermi in vita, ho organizzato financo una festa che inizierà fra mezz’ora ma, mi dispiace per i convitati, è come se all’appuntamento ci andasse il mio corpo morto. Svuotato completamente. E’ come se mi guardassi dall’esterno, come se ogni atto del mio io sociale e esteriore fosse scrutato dal mio io interiore, che scuote la testa, guarda con sufficienza e rimugina sul grande botto di ieri. In alcuni momenti che ad uno sguardo attento o a un amico caro non sfuggiranno, i due me stessi si uniscono. Sono i momenti in cui scelgo di buttare giù l’ennesimo bicchiere di vodka tutto d’un fiato, o più semplicemente mi sorprendo chilometri lontano dalla discussione, abbandonato senza speranza alla mia disillusione.

Non ci sono parole, tesoro. Non ci sono più. Ci sono solo lacrime, così sdegnose nel mostrarsi solo dopo qualche ora, ma così freddamente chirurgiche nel farlo nel primo momento veramente solitario della giornata, non appena l’ultimo lume della stanza ha lasciato spazio al buio più completo e inerte. E ieri notte mi hanno fatto visita i fantasmi, i meravigliosi fantasmi di qualcosa che con tutta probabilità si è perso per sempre o che, quanto meno, non si rinnoverà mai.
Ti amo, anche se non te l’ho mai detto. E non te l’ho detto perché non l’avresti voluto sentire. Ho resistito anche ieri e ho ovviato con un eufemismo da quattro soldi. L’ultimo atto forse di immenso rispetto nei tuoi confronti, e nei confronti di queste nostre vicende.

In bocca al lupo cara, corri verso la vita e abbandona i tuoi drammi interiori, così imperscrutabili per quasi tutti quelli che ti circondano (ed io ho avuto la fortuna e il privilegio di sfuggire alla casistica). Vivi e soprattutto ama, senza quella paura di rimanere intrappolata che ammorba e inibisce i sentimenti. Non sei fatta per essere così fredda. Non sei fatta per essere così distaccata. E non temere, il problema è più limitato di quel che pensi: non hai perso, come dicevi, la capacità di amare, è che non hai trovato mai la capacità di amarmi, fregata dal passato e da trappole sociali.

Di questo, purtroppo, non posso fartene una colpa. Ciao tesoro…




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29 agosto 2006

Go or go ahead?


Questa storia mi ha insegnato che forse l'autodeterminazione, in cui ciascuno decide
comme vivre la liaison, è impraticabile. Percorriamo la stessa strada ed è come se ti seguissi in auto: se acceleri posso permettermi di aumentare la velocità, altrimenti sono costretto volente o nolente a frenare anch'io. A meno di andare contromano si intende, e con tutti i rischi del caso.










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2 luglio 2006

Hauptbanhof

Quanto è strano passare davanti alle persone a doppia velocità, sfiorarle per un attimo, scambiare uno sguardo reciproco di compassionevole saluto prima di vederle scomparire dietro la curva.
E l'ultimo voltarsi per cercare l'intesa finale, con il viso proteso all'indietro ad osservare stancamente l'usuale destino.
Il credere che dopo tutto i sentieri sbrecciati della vita conoscono spesso direzioni imperscrutabili, che forse la rincontrerai e sarà uguale all'ideale che avrai nel frattempo sapientemente costruito su di lei, limandone gli zigomi, slavando le imperfezioni, smussandone gli abbrivi, levigandone i contorni spesso irregolari.
L'accogliere poi i consigli della memoria, plasmabile come argilla, accondiscendente e bonaria nell'abbigliare la nuda banalità degli eventi.

Soccomberai anche tu, ma non senza lottare. Di te ricorderò la voracità di quei baci ubriachi, la rutilante-sordida necessità, scevra da ogni imbarazzo, priva di qualsiari ritegno o compostezza, di gettarti su quell'istmo di libertà concordata.
E ricorderò il tuo viso, i tuoi lineamenti addolciti e arrossati dagli eccessi. Credimi, in quel momento non ho pensato a niente, non alle costrizioni del giorno dopo, non agli altri due presenti, nemmeno a quanto sarebbe stata bizzarra quella situazione, se comparata con la regolarità poligonale della mia vita, del recinto di cazzi ben pagati ormai alfa e omega delle mie giornate. Take care, darling...




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16 aprile 2006

Atarassia portami via


“Once he had forests and mountains
That were only his – listening to him –
Once he would run through the summer days
Catching memories for ages  to come

Now he’s dressing this naked floor
With his flesh and blood, and time passes by
His trade of pain might just have led him
To a deal with consequence
For some change as time passes by…”

 

Nessuna passio, nessuna resurrectio. Il triduo pasquale conferma che qualunque scelta io compia in  questo momento della mia esistenza rappresenta unicamente una sottile linea di vita fra il nulla e il nulla. L’unico momento sussultorio è infatti quello del bivio, dell’opzione, e dura lo spazio necessario a rendersi conto che i due scenari sono perfettamente identici, per lo meno dal mio particolare e atarattico punto di vista.

Le uniche avvisaglie di un sano movimento tellurico-emozionale nello splendente e vuoto apparire di questi giorni mi si rivelano – di più, mi sommergono – quando risento Perfect Element I. Una tristezza pervasiva come un cancro aggressivo, ma molto più piacevole. E’ bello rivedere in me dopo tanto tempo una qualche parvenza di sensibilità, umoralità, fragilità, seppur in dosi omeopatiche.

E che cazzo. Mica sarò solo una piccola wheel in motion nell’ingranaggio dell’operosa banlieue milanese. Anche io saltuariamente ho dei sentimenti e una qualche cazzo di ginestra da ostentare nel deserto generale. O almeno credo. Anche se fanno le fighette sdegnose e si mostrano solo in presenza dei propri avvocati, ovvero alternativamente l’assolo di chitarra di Falling o quei nove versi dell’ultima traccia…   




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18 marzo 2006

Mending the pieces - II

"Ma non è invece giusto il contrario, che un avvenimento è tanto più significativo e privilegiato quanti più casi fortuiti intervengono a determinarlo?

Soltanto il caso può apparirci come un messaggio. Ciò che avviene per necessità, ciò che è atteso, che si ripete ogni giorno, tutto ciò è muto. Soltanto il caso ci parla. Cerchiamo di leggervi dentro come gli zingari leggono le immagini formate dai fondi del caffè in una tazzina. […] Non certo la necessità, bensì il caso è pieno di magia. Se l’amore deve essere indimenticabile, fin dal primo istante devono posarsi su di esso le coincidenze, come gli uccelli sulle spalle di Francesco d’Assisi."

(M. Kundera)

Coincidenze. Concorso di eventi. E tutti casuali. Coincidenza di calendario, che mi permise di ottenere quel giorno di ferie non previsto dal mio contratto di slavery a tempo indeterminato. Coincidenza clamorosa di quell'incontro a Bologna, previsto proprio quella settimana, proprio quel giorno. Coincidenza della tua presenza a Milano per un test, proprio quella settimana, proprio quel giorno. Coincidenza dell'averlo saputo, dell'averti cercata per tempo, dell'aver provato contro ogni mia pigrizia, vera mater constituens della mia vita.
Coincidenza forse un po' forzata, forse un po' cercata e non perfettamente dettata dal caso, dell'essere con te in quella macchina, contro la probabilità, che ci assegnava una sola insulsa coda della distribuzione.

E mentre ripercorro quel primo giugno mi emoziono, mi vengono i brividi, come a un qualsiasi ragazzino che si trovi a maneggiare per la prima volta quello strano sentimento, senza capire che forma abbia, quanto sia esteso, in cosa si trasformerà. Se si trasformerà.
Ho affrontato quei momenti, affronto quei ricordi, con la medesima purezza, incontaminazione, la stessa ingenuità, lo stesso imbarazzo, timore di fare qualcosa di indelicato, di squarciare maldestramente un'emozione sottile come un velo e fragile, maledettamente fragile.

Ero stupido, magnificamente stupido. Ed ero piccolo, terribilmente piccolo. Una figurina minuta che provava ad occuparsi di cose più grandi di sé. Ero anche bello, dannatamente bello. Mi piacevo nel mio nuovo abitino da ragazzino innamorato. Anch'io potevo provare, sentire, vivere e non solo ascoltare testimonianze di vita. E non ragionare. E non inaridirmi.

Ho riletto le parole che ho scritto poco tempo dopo quel primo giugno. Inadatte, banali, incapaci di rendere giustizia all'enormità di quel momento. Non le scrivo qui perché non sarebbero all'altezza. Ma ti dico grazie , come in quelle parole. Un grazie senza orpelli che ne diluiscano il significato.
Non c'è persona che non  viva per quei momenti, che non preghi come un penoso méndico che qualche splendido giorno tornino. L'esistenza e il suo valore sono somma di quegli istanti, non di cosa comporteranno, del destino che configureranno. Non sono semplice miccia di un divenire, ma flamma per se. E non importa che questa si spenga un giorno o l'altro. Non nel destino finale è la grandezza di quel momento, non nei destini finali la grandezza di quei momenti, e in definitiva delle nostre esistenze.

Dunque grazie. Un solo, immenso, indipendente grazie. Un grazie che non è funzione di niente, costante dal valore altissimo che sposta in su la curva di una sghemba, ignobile e ignara esistenza, che se ne gioverà, se ne pascerà ancora a lungo.




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11 marzo 2006

Il Grande Fratello e la neolingua

Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e un cuore di simboli pieno.

Dunque. E' da tanto che non parlo di me e di come procede la mia esistenza. Eppure, non si sarebbe ovviato a tale penuria di informazioni neanche se avessi cercato di annotare diligentemente tutto ciò che ha gravitato intorno alla mia vita negli ultimi mesi.

Non scrivo perchè non sono. E non sono perchè non scrivo. Questa corrispondenza biunivoca spiega in massima parte tutto quel che è accaduto negli ultimi mesi. Procediamo, ma nuntio vobis che è molto noioso. Quasi mortuario, cinerario, funerario, ossianico, sepolcrale. Neanche a un solingo refolo di vitalità è permesso entrare in questa stanza sigillata, quindi scappate. Faccio mia la prefazione di Palahniuk e preciso che questo post è senza senso, senza motivo, obiettivi e contenuto, ed andrà a rimpolpare solo le fila delle cazzate a cui penserete quando sarete con il/la vostra partner per ritardare lo schizzo imminente. Se siete un uomo.

------------------------------------------------Don't trespass. --------------------------------

Lavoro ormai da 13 mesi. Secondo alcuni dovrei baciarmi i gomiti. Secondo altri dovrei incorniciare il provvido annus domini 2005, che mi ha visto iniziare a pascolare insieme ai simpatici armenti di una delle sedi italiane della Svizzera finanziaria. Sarà, io noto solo che, in rigido ordine logico:

1. Sono a Milano, a 636 km da quella che per 18 anni mi hanno chiesto di considerare casa mia. E che mi è stata sottratta proprio quando iniziavo ad essere assuefatto all'idea.

2. Sono a Milano perchè ci abito da quasi 6 anni. E sono qui da 6 anni perchè vi ho trascorso anche gli anni universitari. E vi ho trascorso gli anni universitari perchè mi si annunziavano radiose sorti e magnifici destini, ovunque avessi cercato di stanziare le mie auguste terga.

3. A Milano poi però sono rimasto perché è più semplice trovare un mestiere connesso con quello di cui ho riempito i miei anni di studio (e non sto parlando di paradisi artificiali). Dirò di più: volendo restare in Italia è plus ou moins l'unica scelta.

4. Il lavoro mi basta per vivere, pagare un affitto fair a Milano, unfair per qualsiasi persona senno-munita, mettere qualche decino da parte per qualcosa di non meglio precisato, fare stare tranquilli i miei genitori. E niente di più.

Questi i presupposti, che definiscono il famoso meccanismo del lock in, studiato dai bastardi teoreti di marketing. Fai comprare ad una persona un prodotto, con l'immediata conseguenza che per quest'ultima è difficile rinunciarvi senza spendere grosse cifre o è più conveniente fare ulteriori investimenti in prodotti accessori.

Fai frequentare ad una persona un'università, possibilmente costosa, fai investire a questa un ingente monte ore di studio, notti prima degli esami, sacrifici da studente fuori sede, ed ecco che codesta persona sarà ad libitum vincolata ad una decisione presa a 18 anni, quando la vita era più facile e si potevano mangiare anche le fragole. Falle frequentare questa stessa università lontano da casa e possibilmente nell'unica città deputata a fornire il bagno di formalina ove depositare e far sostentare le proprie cerebra. Dalle il minimo indispensabile per sopravvivere senza troppi affanni, altrimenti il giuochino si rompe, ma, mi raccomando, non permettere che metta da parte più di tanto, altrimenti il giuochino si rompe ugualmente.
Promettile infine che questo stato di cose è temporaneo, che se dimostrerà intelligenza, capacità e abnegazione in magna copia potrà godere dei frutti del raccolto. Si vince tutti insieme naturalmente.
Falle acquisire cultura ed etica aziendali, imponi un modo di lavorare, un modo di percepire, e cerca di internalizzare in società anche i momenti di festeggiamento (compleanni, acquisto della casa) e persino il modo di festeggiare gli eventi (preferibile un Veuve Clicquot e le paste dell'esercente vicino). Dalle anche un lessico predefinito, delle battute di successo da ripetere ossessivamente e sempre apprezzate dalla platea e tante tante anglofonìe giustificate dagli albionici indefessi come intraducibili in italiano, se non a prezzo di colate di italiche perifrasi.

Ecco quello che mi succede. Ed ecco perché non scrivo. Perché mi sto svuotando, perché pur fra mille spasmi e tentativi di divincolarmi ho polsi e caviglie legati, immobilizzati. Perché posso guardare in una sola direzione, ed in quella ci sono le solite facce, i soliti comportamenti da tenere, il solito linguaggio di 200 parole da proferire, la solita modalità di lavorare, di sgomitare e lusingare, di adombrare e pubblicizzare, di asservirsi e dispotizzare a seconda dei casi e delle persone. E d'altra parte siamo scientifici, non umanisti, come si è detto non più tardi di 30 ore fa. Sarà, e allora concludo con un appello, che mi salvi da questo ignobile sottobosco di rassicurante (sì, rassicurante, perché è più facile agire sempre allo stesso modo, parlare lo stesso argot aziendale, oscillare da bravi pendoli fra opposte posizioni) conformismo culturale, prima che sia troppo tardi e rinunci ad opporre resistenza. Chi ha un cervello in buone condizioni da dare e di cui nutrirmi, chi ha voglia di fare stronzate assolutamente lontane da ogni forma di raziocinio e vieppiù avulse da qualsiasi ragionamento da homo economicus è il benvenuto.
Sapete dove trovarmi.




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18 febbraio 2006

Mending the pieces - I

                                                                            "Non piangere mai. E se un giorno 
                                                                   sfuggirai al passato, vienimi a cercare".

                                                                                                          ("2046", Kar Wai)


"Senza lacrime. Le lacrime sono puro egoismo, strumento per ottenere qualcosa, da te o dagli altri. Servono giusto a confermare a te stesso quanto tu sia sensibile, quanto la tua 'amabile persona' sia stata scossa dall'accaduto. A farti reagire, per concepire e interiorizzare il comandamento che nessuno in fin dei conti merita di porti nudo e indifeso davanti al tuo io. Queste sono le lacrime. Un confessare a te stesso che sei impotente, che stavolta non ce la fai. Non riguardano le persone, causa solo apparente.

Oppure le lacrime sono il piatto forte e coreografico di una strategia banale: si piange per ricatto morale, per elemosinare pietates in giro, per acquisire i nuovi alleati di una ben misera attività di lobbying. Egoismo puro e distillato. Non inquinare il tuo dolore con le lacrime".               




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17 febbraio 2006

Eighteen Seconds before sunrise





Si costeggia Brian Eno, si sfiorano i Radiohead, ma in modo magnificamente destrutturato, minimalista. Sembra di stare su di una spiaggia deserta d'inverno, con le luci della città e le sue tribolazioni lontane. E' riprendere fiato, è fermare l'esistenza, è stare a proprio agio fra le macerie di qualche vecchia guerra personale.

E' rallentare, vivere con lentezza, non disturbati perché troppo lontani. E' paesaggio lunare con la Terra sullo sfondo ma, deo gratias, solo sullo sfondo. E' viaggiare dentro se stessi, spigolare membra stanche di gare e competizioni, di lotte con(tro) l'umanità per uno spazio risicato.
E' ritirarsi e rifugiarsi, fuori portata per tutto. Per tutti.




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3 dicembre 2005

Immagini (W.Whitman)


Ho conosciuto un veggente
che trascurava gli oggetti e i colori del mondo,
i campi dell'arte e del sapere, i sensi, la gioia,
per spigolare idoli.

Non mettere più nei tuoi canti, mi disse,
l'enigma dell'ora o del giorno, non segmenti, non parti,
metti prima del resto, luce per tutti e canto introduttivo,
l'inno degli idoli.

Sempre l'oscuro inizio,
sempre il crescere, il chiudersi del cerchio,
sempre il culmine e infine il disfarsi (per un sicuro rinascere),
Idoli! Idoli!

Sempre il mutevole,
la materia, che cambia, si sbriciola e riaggrega,
sempre i laboratori, le fabbriche divine,
che producono idoli.

Osserva, tu o io,
o uomo o donna, o stato, noti o sconosciuti,
in apparenza creiamo solida ricchezza, forza, bellezza,
in realtà creiamo idoli.

L'evanescente ostensione,
la sostanza dei sentimenti dell'artista, dei lunghi studi del dotto,
dei travagli del martire, dell'eroe, del guerriero,
è di foggiarsi un idolo.

Di ogni vita umana
(le unità riunite, evidenziate, non trascurando un fatto, un'emozione, un pensiero),
L'intero, grande o piccolo, è sommato, addizionato
Nel suo idolo.

L'antichissimo impulso,
eretto su antichi pinnacoli, osserva: a nuovi e più alti pinnacoli,
scienza e modernità tuttora spingono,
l'antico impulso, idoli.

Il presente qui e ora,
il brulicante, confuso, affaccendato turbinio dell'America,
dell'aggregare e separare, perché solo da lì si diffondono,
Gli idoli d'oggi.

Questi con quelli del passato,
di nazioni sparite, di tutti i regni dei re di là del mare,
antichi conquistatori, antiche guerre, antichi viaggi di navigatori,
idoli che si uniscono.

Densità, crescita, apparenze,
strati dei monti, suolo, rocce, alberi giganti,
da tanto nati, da tanto morenti, viventi a lungo, sul punto di andare,
idoli eterni.

Rapito, estatico, exaltè,
visibile, utero da cui sono generati, tendenzialmente orbicolare
per modellare e modellare e modellare il possente
idolo della terra.

Tutto lo spazio e il tempo,
(Le stelle, le tremende perturbazioni dei soli, che si dilatano,
collassano, si estinguono, servendo a un uso più o meno lungo),
gremiti solo di idoli.

Le silenziose miriadi,
gli infiniti oceani dove si versano i fiumi,
le separate, innumeri, libere identità, come la vista,
le realtà vere, idoli.

Non questo il mondo,
non questi gli universi, essi gli universi, significato e fine,
sempre l'eterna vita della vita,
idoli, idoli.

Oltre le tue lezioni, dotto professore,
oltre il tuo telescopio o spettroscopio, acuto osservatore,
oltre tutte Le matematiche, chirurgie, anatomie,
oltre la chimica e i chimici,
le entità, idoli.

Mobili eppure stabili,
sempre saranno, sono, e sono stati,
incalzando il presente verso il futuro indefinito,
idoli, idoli, idoli.

Il profeta ed il bardo
si reggeranno ancora, sopra un gradino ancora più alto,
intermediari alla Modernità, alla Democrazia, per loro interpretati
di Dio e degli idoli. E tu, anima mia,
gioie, strenui esercizi, esaltazioni,
appagati alla fine i tuoi desideri, preparati a incontrare,
i tuoi compagni, idoli.

Il tuo corpo durevole,
il corpo latente dentro il tuo corpo, solo significato
della forma che sei, il reale me stesso,
un'immagine, un idolo.

Non nei tuoi canti, i canti più veri,
nessun canto speciale da cantare, nessuno per sé,
ma che risulti dal tutto, che infine sorga e si libri,
idolo al colmo della sua pienezza.




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5 novembre 2005


"Ci sono vari gradi di pazzia, e più sei matto e più la tua pazzia risulterà evidente agli occhi degli altri. Per quasi tutta la vita ho nascosto la pazzia dentro di me, ma è qui, esiste. Per esempio, un tale un uomo o donna, mi sta parlando di una certa cosa; be', quando inizia a rompermi l'anima con i soliti luoghi comuni, me lo immagino con la testa sul ceppo della ghigliottina, oppure dentro un enorme tegame, a friggere, e intanto mi guarda con occhi terrorizzati. Se queste fantasie si avverassero, molto probabilmente tenterei un salvataggio, ma mentre sono lì che mi parlano non posso fare a meno di immaginarmeli così. O, più pietosamente, li vedo alontanarsi di corsa in bicicletta.
Il fatto è che ho dei problemi con gli esseri umani. Gli animali, li adoro. Non mentono mai, e di rado tentano di aggredirti. A volte fanno i furbi, ma questo è tollerabile. Non vi sembra?

Gran parte della mia vita da ragazzo e da adulto l'ho passata in piccole stanze, raggomitolato a guardare le pareti, le persiane rotte, i pomelli dei cassetti dei comò. Non ero indifferente alla femmina, e la desideravo, ma non così tanto da dannarmi per procurarmela. Mi piacevano i soldi, ma anche lì, come per la femmina, non volevo fare le cose necessarie per averli. Volevo appena quanto mi bastava per una stanza e qualcosa da bere. Bevevo da solo, generalmente a letto, con le cortine abbassate. A volte andavo nei bar per dare un'occhiata alla specie umana ma la specie restava sempre uguale - niente di straordinario, nella migliore delle ipotesi.
In tutte le città setacciavo le biblioteche. Un libro dopo l'altro. Pochi mi dicevano qualcosa. Per lo più erano come polvere nella mia bocca, sabbia nella mia mente. Nessuno aveva niente a che vedere con me o con quel che provavo; dove mi trovavo - in nessun posto - cosa facevo - niente - e cosa volevo - sempre niente. I libri del passato servivano soltanto a ingigantire il mistero di avere un nome e un corpo, di camminare, parlare, fare le cose. Nessuno sembrava corrispondere alla mia particolare pazzia.

In alcuni bar diventavo violento, ci furono risse di strada dalla maggior parte delle quali uscii pesto e sconfitto. Ma non lottavo contro nessuno in particolare, non ero inferocito, soltanto che non riuscivo a capire le persone, il loro modo di essere, di agire, di presentarsi. Entravo e uscivo di galera, venivo sfrattato dalle stanze. Dormivo sulle panchine, nei parchi, nei cimiteri. Ero confuso, ma non infelice. Non ero cattivo. Solo che non riuscivo a ricavare niente da quello che avevo intorno. La mia violenza si contrapponeva all'evidenza del tranello, io gridavo e loro non capivano. E anche nelle risse più furibonde, guardavo il mio avversario e pensavo: perché è arrabbiato? Vuole uccidermi. Allora dovevo tirar pugni per liberarmi dalla bestia che avevo dentro. La gente non ha senso dell'umorismo, si prendono tutti così cazzutamente sul serio.

A un certo punto, e non so proprio da dove sia sbucata, mi è venuta l'idea che forse avrei dovuto diventare uno scrittore. Forse potevo scrivere le parole che non avevo letto, forse così facendo mi sarei scrollato dalla schiena quella tigre. Così ho iniziato, ed è passato qualche decennio senza troppa fortuna. Adesso ero un matto scrittore. Altre camere, altre città. Sprofondai sempre più in basso. Una volta ad Atlanta mi stavo assiderando in una baracca di carta catramata, vivevo con un dollaro e un quarto a settimana. Né acqua corrente, né luce, né riscaldamento. Stavo seduto ad assiderarmi nella mia camicia da californiano. Un mattino trovai un mozzicone di matita e cominciai a scrivere poesie sui margini dei vecchi giornali sparsi sul pavimento.
Finalmente, a quarant'anni, pubblicarono il mio primo libro, una raccoltina di poesie: Il fiore, il pugno e il gemito bestiale. Era arrivato un pacco di libri con la posta; aprii il pacco e dentro c'erano libriccini. Si rovesciarono sul pavimento, tutti quei libriccini, e io mi inginocchiai fra loro, ero in ginocchio e raccolsi una copia e la baciai. Questo trent'anni fa.

Scrivo ancora. Nei primi quattro mesi di quest'anno ho scritto duecentocinquanta poesie. Sento ancora la follia scorrermi dentro, ma ancora non ho scritto le parole che avrei voluto, la tigre mi è rimasta sulla schiena. Morirò con addosso quella figlia di puttana, ma almeno le ho dato battaglia. E se fra voi c'è qualcuno che si sente abbastanza matto da voler diventare scrittore, gli consiglio va' avanti, sputa in un occhio al sole, schiaccia quei tasti, è la migliore pazzia che possa esserci, i secoli chiedono aiuto, la specie aspira spasmodicamente alla luce, e all'azzardo, e alle risate. Regalateglieli.

Ci sono abbastanza parole per noi tutti".


(C.H. Bukowski)




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22 settembre 2005

Senza parole

Le parole non scorrono più come una volta. Il mio stile, se mai ne è esistito uno, si è abbrutito, la sintassi si è arrochita, inceppata. Gran parte del mio lessico è stato deportato chissà dove, in qualche lager di qualche guerra dimenticata, nei recessi sconnessi e disastrati della mia labile memoria. Come in tutti i casi di scarsità delle risorse, mi sorprendo spesso a riciclare, ad inflazionare termini che ormai risultano, nella mente, marchiati a fuoco su determinate sensazioni, a quanto pare non (più) esprimibili altrimenti.

Non serve a molto nemmeno andar per libri a questuare fantasia e creatività lessicali, anche attingendo da schizofrenici del calamaio come Tondelli, Eggers, Scarpa.

Scusate quindi se qui troverete parole d'accatto, di quarta o quinta mano, appartenute alla mia personalissima, ma non per questo originale, microlingua da 500 vocaboli, e ormai scadute da tempo. Fra breve il secchio del pozzo verbale che ho in dotazione risalirà completamente asciutto, o rimarrà giù incastrato, magari bloccato da qualche bambina pestifera e mortifera da lungometraggio horror di successo (è ben noto che i pozzi pullulano di queste troiette vendicative). Il lemmario sarà così cencioso e stracciato che comincerò ad utilizzare faccine e punti esclamativi, o ad usare un frasario ignobilmente compresso (c 6 in pvt? T asptt!!!!!!). Uccidetemi.




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18 settembre 2005

18 settembre, 18:26

Fermate il mondo. Non permettete che il suo moto rivoluzionar-rotativo rimescoli ancora una volta tutto. Non toccate niente. Perfetto così, grazie.

Ore 18:26: sono felice. In barba al mio passato, in barba, più che altro, al futuro speranzoso e puntualmente frustrato del mio passato. In barba al mio futuro, del quale in questo momento non mi interessa punto.Regoliamo sempre, ed io più di tutti, i nostri stati d'animo attuali sulle aspettative dei nostri percorsi, del nostro divenire. Adesso no. Non voglio e riesco ad evitarlo.

Vivo in un meraviglioso, inaspettato presente e voglio registrarlo, scolpirlo in queste pagine sature di scoramento, trasudanti depressione e cupezza.Sono, hic et nunc, felice. E, come direbbe Guccini, a culo tutto il resto.




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4 settembre 2005

The sound of silence

Don't kid yourself
Don't fool yourself
This love's too good to last
And I'm too old to dream


Aspettavo la caduta. E puoi essere fiducioso, la caduta prima o poi arriva, premurosa e puntigliosa come sempre. Tutto quello che va su deve tornare giù, diceva Newton prima di essere centrato da una mela in pieno volto.

Lo sapevo, continuavo a ripetermelo mentre scrivevo ognuno di quei singoli messaggi. Vivevo al di sopra delle mie possibilità, come un consumatore statunitense incurante del debito pubblico e di quello della bilancia commerciale, come un titolo tecnologico arrivato sicuro e orgoglioso alla resa dei conti del marzo 2000. E quando succede, nonostante i moniti che le Cassandre della tua mente, gli stronzi Laocoonti della tua memoria ogni tanto rilasciano, ti senti forte, clamorosamente forte, e ti chiedi come abbia fatto quel pusillanime del te stesso di qualche tempo prima a non sapere affrontare la vita.
Eppure era tutto così bello, così aureo. Anche molto stressante, con il continuo monitoraggio delle evoluzioni aeree in cui certi legami si producevano, con il controllo del cellulare più frequente di quello dell'ora. Con l'essere variabile felicemente, completamente dipendente, consacrata, donata a chi aveva dimostrato di meritarlo.
Però, che voglia di conoscere, di essere migliore, di mostrarlo, di ostentarlo, di raccogliere complimenti, felicitazioni, ammirazioni degli altri...

...and after all we're only ordinary men....

E come tutti gli ordinary men sono tornato a imbastire la mia cara esistenza in modo più modesto, al riparo da illusioni, da sogni. Sono diventato io stesso la mia Cassandra, il mio Laocoonte. Un Laocoonte molto meno agitato, anche molto meno coreografico rispetto all'originale, e con un destino forse più tranquillo. Di più: nichilizzato. Cosparso di nulla. Dentro e fuori. E nell'annullamento delle emozioni mi sono preservato. Nella mummificazione delle mie sensazioni ho impedito che tutto andasse in putrefazione come al solito.

Insomma non rido, non piango, non bramo la stima, non temo la disistima, non soffro per il solito stantìo trucco alla David Copperfield delle illusioni. Non mi sorprendo, non rimango ammirato, non provo invidia, inedia, la mia noia non mi fa annoiare. Aspetto senza aspettare, come bene ha scritto un compagno blogger. Aspetto tutto senza aspettarmi nulla, lascio che i giorni mi tocchino e non mi intacchino, come guttae parvulae et rarae che, senza la protervia di cavare lapides, si lascino benevolmente inghiottire dal deserto.

Sono la fortezza Bastiani, scruto la mia desolazione senza esserne disturbato, scruto la pochezza dell'orizzonte senza la necessità di chiedere altro ad esso. I tartari arriveranno, forse. Un sovversivo amore tornerà, forse. Mi lascerò guidare dalla nuova bugia affascinante, forse. Dagli scòtimenti che probabilmente torneranno a trascinarmi, a provocare tachicardie, a riavvicinarmi al cellulare per vedere se accade qualcosa. Per il momento però mi basta questo, che d'altra parte...

...é il naturale processo di eliminazione....

Un processo per nulla rancoroso, chiariamo. Non è la persona ad essere sbagliata, lo era quel trasporto. E, credo, neanche quel trasporto. Forse è che...

il mondo è tutto sbagliato

e che il cuore...

è un muscoletto (troppo) elastico

e, aggiungo modestamente io, anche involontario. Il sistema nervoso centrale si permette di decidere per te, non richiesto. E ti ritrovi a solcare shipless oceans, così all'improvviso.
Mi rimane solo una domanda. Per carità, la domanda stupida di un uomo stupido. La domanda mediocre di un uomo mediocre. La domanda stupida persino in maniera mediocre di un uomo stupido persino in maniera mediocre.

Did I dream you dreamt about me?

Uhm, lo sospettavo. Si ringraziano Afterhours, Muse, l'auberge espagnol, Woody Allen, Hannah and her sisters, Dino Buzzati, Tim Buckley, Ilio, i Pink Floyd e quel dio di Kevin Moore per il provvido contributo alla stesura di questo improvvido post.

I'll never be opened again
I can never be opened again
I'll never be opened again
I can never be opened again

And I'll smile and I'll learn to pretend
And I'll never be opened again
And I have no more dreams to defend
And I'll never be opened again...




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24 luglio 2005


"Sarò io, sarà il silenzio, lì dove sono, non so,
non lo saprò mai, nel silenzio non si sa,
bisogna continuare, continuerò".




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15 giugno 2005

Speak to me

Did you fall?
Did you crawl?
Will you open up at all?
Did you hear
things you fear?
Did I make it clear?

Tell me what you're thinking
Tell me what you're thinking
Tell me what you're feeling inside
Tell me what you're thinking
Tell me what you're thinking
Tell me what you're feeling inside

Do you like the clothes she wears today
Colliding love affair against a shade
Often times I wish she'd speak to me
Her holy open book, a world revealed to see

Did you fall?
Did you crawl?
Will you open up at all?
Did you hear
things you fear?
Did I make it clear?

Tell me what you're thinking
Tell me what you're thinking
Tell me what you're feeling inside
Tell me what you're thinking
Tell me what you're thinking
Tell me all you're feeling inside

So easy, easier
If you spoke to me
So easy, easier
Speak to me

Tell me what you're thinking
Tell me what you're thinking
Tell me what you're feeling inside
Tell me what you're thinking
Tell me what you're thinking
Tell me all you're feeling inside


(DT)




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7 aprile 2005

Broken china soul


Sai cosa mi sono sempre sforzato dannatamente di comprendere? Perché vuoi che tutto emerga, che tutto vada in superficie, se non sai minimamente cosa fartene delle informazioni che ricavi.

E’ un vezzo, una stilla di autostima, un voler sincerarti che mi sono uniformato al tuo credo? Non credo che mai succederà, non credo che tu ti possa sentire delusa se non succederà. Perché io, da tre anni a questa parte, nonostante tu abbia condizionato follemente ogni mio singolo istante di vita, nonostante tu abbia limitato ogni impeto di esistenza, smorzato ogni passione, reso sbiadito ogni mio coinvolgimento con la sola tua, mai esecrata anche davanti al palese, presenza, ho sempre accettato, ritirandomi in buon ordine, sotterrando diligentemente le insegne dei sentimenti che ti portavo.

Le sotterravo sperando di non doverle tirare mai fuori, credendo che prima o poi avrei dimenticato anche il punto in cui avevo stabilito che giacessero. E invece no, qualcosa succedeva sempre, spesso quegli stessi segni venivano richiamati in auge proprio da te. E’ questo che non capisco. Possibile che il sussistere di tali sensazioni dia tanto fastidio? Possibile che tu debba cercare di sminuirle ad ogni costo? Possibile che contro ogni evidenza tu cerchi di appiccicare addosso ad ogni mio slancio, incoraggiato peraltro dalla tua stessa persona, giudizi di sufficienza, quasi fossi davanti ad una sciocca e ingenua infatuazione da adolescentucoli annebbiati dall’esuberanza ormonale?

Hai opposto sempre il medesimo diniego, un no che ha sempre avuto il rancido sapore delle verità imbellettate, ed io l’ho accettato colpo ferendo, ma gridando in disparte, assicurandomi che non ne venissi disturbata; hai sempre voluto salvare il rapporto, mi hai ridotto all’immobilità emozionale nei tuoi confronti, stando ben attenta a tenermi costantemente ad una, seppur ridottissima, distanza, e facendomi riavvicinare qualora io avessi avuto l’ardire di allontanarmi, ed io l’ho accettato, in nome del tuo meraviglioso agire e del nostro, altrettanto sublime, interagire; adesso, ma anche in circostanze passate, mi chiedi di disconoscere, o per lo meno di riconoscere che ho ed avevo torto, che avevi ragione tu sin dall’inizio, che hai saputo gestire al meglio le cose e limitare con dolcezza le mie illusioni puerili.

Questo non succederà mai. Rassegnati all’idea di essere stata veramente importante per me, di aver costituito una scheggia impazzita e imprendibile, anche dagli inutili retini del mio iper-razionalismo. Rassegnati, io ti ho posta dove non avevo posto nessuna, ti ho adorato come un simulacro, mi sono distrutto, in modo orridamente consapevole, nella tua beatificazione a distanza e ho anche lasciato marcire altri rapporti che pretendevano, novelli Icari, di rassomigliare al nostro. Rassegnati, e non permettere mai più a te stessa nemmeno di abbozzare la domanda...capisci?

Anche perché il simulacro è ancora molto in alto, ma ha ormai consistenza di porcellana. Capisci?





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5 aprile 2005

Lettera a un discorso mai nato

Hai fatto male, o forse bene. Da una parte mi piace pensare che almeno noi ci saremmo emancipati dal solito giogo dell'incomunicabilità, che io non ti avrei raccontato la versione che avresti voluto sentire, quella più moderata, banale e resa amorfa per rassicurare l'interlocutore e aderire alle sue categorie mentali; che tu non avresti aggiunto al mio metadone di verità interpolazioni e riempitivi atti a eliminare incongruenze, a stuccare angoli di pensiero, ad avvicinare il mio proferito al tuo immaginato. Ma conservo anche il terrore che in qualche modo sarebbe successo, esponendo la mia interezza intellettuale ed emozionale ad uno sciocco turbinio di pensieri, dall'una e dall'altra parte, non aventi alcuna dignità di verità perchè lontani da essa quanto lo siamo noi da ogni perfezione verbale e limpidezza di pensiero e operato. Però nulla mi vieta di ribadire che forse tu avresti capito, non compreso, CAPITO. Forse tu più di ogni altro, perché lo sai, we're two versions of the same, e siamo entrambi lì sull'orlo del precipizio, piegati sulle ginocchia a sperare che qualcosa ci spinga un po' lontano, che quella stessa cosa, qualunque essa sia, ci faccia volgere lo sguardo da un'altra parte. Non so, per guardare un monte, un paesaggio, per cavalcare la nuova illusione. Insomma, una merdata qualsiasi, pur di non avere davanti agli occhi sempre e solo il precipizio, mentre gli altri si divertono sereni e ignari. Chissà, forse avresti capito e forse capirai, se riusciremo a fregare qualche ora a quella che chiamano vita, magari per parlare tutta la notte incuranti di impegni e costrizioni del giorno dopo. Ti aspetto per questo il ventisette, perché forse lo scandagliatore scandinavo ci aprirà menti e cuori come tante altre volte ha già fatto, perché quella sera ci ritroveremo senz’altro su un terreno comune, e questo non è sempre facile che accada spontaneamente, perché l’uniformità di sensazioni sarà probabilmente portatrice di un’uniformità di linguaggio. Già, l’uniformità di linguaggio... può darsi che uno dei due si sia mosso, o entrambi addirittura, sta di fatto che è questa a essersi smarrita. Non il lavorare e avere poco tempo, neanche la lontananza geografica, mai stata un problema. Ci dobbiamo rivedere lì, frater, dalle parti di Eskilstuna...




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17 marzo 2005

Antivigilia di Laurea

Un altro contributo, molto autorevole, ad una discussione affrontata, su questi ed altri schermi, con un amico fraterno. In quel "ma loro sono là e io sono qua" è contenuto tutto quello che ho sempre pensato. A nulla vale, secondo il mio punto di vista, una controtesi che più o meno recita così: "se non mi ponessi domande, se non falcidiassi e sfilacciassi, se non massacrassi giornalmente la mia vita con domande infami e inclementi vivrei meglio e non mi accorgerei neanche di questa mia mancanza. Starei bene, finalmente". Bene come può stare chi è anestetizzato, drogato, o più semplicemente una persona cui non è stata raccontata tutta la storia. Insomma, meglio essere attori o osservatori? Non saprei, ma io sto bene dove sto.

Puoi non crederci ma ci sono persone che attraversano la vita senza attriti o angosce. persone che vestono bene, mangiano bene, dormono bene. persone appagate della loro vita familiare. persone che hanno i loro momenti di afflizione ma tutto sommato non ne sono disturbate e in genere stanno benissimo. e quando muoiono si tratta di una morte pacifica, di solito nel sonno. puoi non crederci ma persone del genere esistono davvero. ma io non sono uno di loro. oh no, io non sono uno di loro, non ci sono neppure vicino ad essere uno di loro ma loro sono là e io sono qua. (Bukowski)




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16 marzo 2005

The wall

Niente da fare. Barriere comunicative. Cortine di nebbia che lasciano intravedere solo lo scontato. Miei limiti, dialettici e di pensiero, da un lato, ricerca semplicistica e comoda della soluzione più scontata ai miei tarli, dall'altro. Non riesco ad esprimere compiutamente quello che penso, non trovo interlocutori disposti a ragionare con me, ad approfondire un punto di vista altrui, ad andare oltre il primo significato di una parola e la sua prima, banale interpretazione. Comunicandola in forma sbiadita e anemica, diluisco solo la mia teoria, la espongo a controarringhe mediocri e déjà entendues mille e più volte. E sempre con il fottuto presentimento che non ci abbiano capito un cazzo...
"Come facevano a sapere quello che non sentivano? Tutti quelli che si nutrono di illusioni andate a male..."




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18 dicembre 2004

First step down Remedy Lane

//human// sweat salt sorrow love past sex failure (illusion 1) ...transition tongue //human//
...transition ...transition ...transition //unhuman// ...transition (numb) And so I find myself here once again, first step down Remedy Lane... well, here I am Ending theme ripping at the seams, for an opening to be honest I don't know what I'm looking for - who to be sitting here as once before, weeks ago - just waiting for a knock on that door and I have left all I thought was me to find out, to make sure if it was you or me that made me feel so free and real, but when we kiss I don't know, I just don't know 'cause it leaves a taste of emptiness, and I think What if I'm simply depressed? blind, just finding rest from my mind here? confusing zest with the joy of being blessed with the bliss of self-escape as we kiss? and mixing my being unstressed with your being undressed and the taste of being true with the fresh taste of me and you as we touch? I don't know but I saw so much of me in you, the me I've missed, the young and free in you but still, that doesn't mean a thing, may not mean anything about my needing you but I guess we had to meet, to be near, to make sure, and still my dear beyond this bed and that door, to be honest, I fear I just don't know... ending theme fanning flames to dreams of belonging ending theme ripping at the seams, for an opening to be honest I don't know what I'm looking for... living here, watching you leave trough that door ...and the fear of hurting people can cause only so much pain... (Pain Of Salvation)




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ottobre